UNA PORTA APERTA

Il 25 novembre sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Vorrei proporre un mio racconto, UNA PORTA APERTA , che è stato inserito nel primo open ebook italiano, L’ Intimo delle donne, una raccolta di racconti che hanno come tema principale la violenza sulle donne. L’introduzione del libro è a cura  del fondatore di Libreriamo,  Saro Trovato, le prefazioni sono di Francesca Barra ( giornalista e scrittrice), Annalisa Monfreda (direttrice di Donna Moderna) e Luisa Pronzato ( coordinatrice 27ma Ora).

I racconti della raccolta sono introspettivi, parlano di  amori finiti male, di uomini che hanno illuso e ferito e descrivono i sentimenti più profondi delle donne.

La porta aperta del mio racconto vuole essere un’immagine di speranza, per un finale diverso in cui sia possibile il riscatto, il rispetto e la solidarietà.

Da  L’intimo delle donne:

UNA PORTA APERTA di Alessia Balan

«La pancia no!» aveva urlato: quel grido disperato, finalmente era uscito fuori. «Nooo!» «Basta!!!». Le parole erano risuonate forti, impellenti in quella stanza e ora dovevano solo diventare azione. Lui rimase spiazzato da quella reazione. Irene fece appello a tutte le sue forze, riuscì a divincolarsi e a sferrargli un calcio proprio là, dove lui si credeva più uomo. Il colpo dovette averlo ferito, tanto che lui gridò, la minacciò, forse le chiese aiuto. Irene si lanciò verso la porta d’uscita. «Non voltarti» «Non ascoltarlo» si ripeté, per non ricadere ancora una volta vittima dell’incantesimo della paura e della disperazione. «Devo scappare». Era il solo pensiero di sopravvivenza, mentre il cuore batteva impazzito. Con un gesto meccanico raccolse la borsa e poi si precipitò giù per le scale. Terzo piano, secondo piano, piano terra. Nella sua condizione non ci volevano tutti quegli scalini; le sembrò di aver smesso di respirare dall’affanno. Da troppo tempo il suo respiro era soffocato e timoroso, come se una semplice inspirazione potesse diventare motivo di disturbo. Era arrivata al punto di cercare di anticipare le richieste, di prevedere le mosse, gli scatti d’ira di quell ’uomo, doppiamente prigioniera di quel legame assurdo e sbagliato e di se’ stessa. La paura era diventata il suo stato d’animo abituale, si era impossessata delle sue giornate e delle sue azioni. Paura che qualcosa andasse storto e lo irritasse; paura di dire per non contrariarlo; paura di fare, per non sbagliare; paura di non aver fatto abbastanza, perché anche quello poteva essere un errore; paura di esistere, perché oramai quell’uomo era riuscito a cancellarle ogni briciola di autostima, a farla sentire inadeguata a tutto, anche al genere umano. «Non sei capace di fare nulla!» «Non vali niente». Forte della sua miseria, lui la picchiava, sfogando una rabbia di cui lei non 133 L’intimo delle donne aveva colpa. All’ inizio non era stato così, almeno non subito. «Mi occupo io di te» le aveva detto. Non le era sembrato vero che qualcuno le dimostrasse attenzione. Nel bisogno disperato di affetto aveva confuso l’amore con l’ossessione, la comprensione con un’ingiustificata accettazione, l’interessamento con il controllo. «Dimmi quello di cui hai bisogno. Ci penso io» insisteva quell’ uomo-padrone. Irene aveva iniziato a delegargli l’esistenza e lui si era sentito sempre più autorizzato a interpretarne i bisogni a sua discrezione, fino al totale controllo della sua vita. «Ribellati. Fai qualcosa. Non puoi andare avanti così!» le ripeteva, invano, l’unica amica che riusciva a vedere di nascosto. «Ma io ho bisogno di lui. E’ tutta la mia vita. Non ce la faccio» , ancora si ostinava a ripetere Irene a testa bassa, perché la vergogna le impediva di scostare i capelli che le coprivano i lividi. In quella folle dipendenza, mascherata da sentimento, si alimentava ogni giorno il degrado della sua vita. Essere felice era un diritto per niente scontato, ma tutto da guadagnare. La paura di perdere quel niente che aveva, le faceva ricacciare dentro ogni ribellione. Le bastava che lui un giorno le chiedesse scusa, per ricominciare a sperare che cambiasse, per trovare comunque qualcosa di cui rimproverarsi e per convincersi che, in fondo, la sopportazione aveva un senso. Nessuno scatto d’orgoglio fino a quel giorno. Non l’avrebbe forse mai fatto per se’ stessa, ma per la sua creatura sì. Non poteva venire al mondo per aver paura di esistere. Per lei dovevano esserci solo braccia alzate in un abbraccio, mani aperte per dolci carezze e le parole dovevano avere la magia di una ninna nanna. Aveva finito l’ultima rampa e dovette prendere fiato alcuni secondi, ma non aveva ancora osato voltarsi indietro. Sbatté dietro di sé la porta del condominio e uscì in strada. Riprese a correre: la mano sempre incollata al grembo e un’unica meta in mente. Era stremata, ma inebriata da quella forza ritrovata, da quel coraggio insperato che la faceva sentire viva dopo tanto tempo. Finalmente le si aprì una porta sicura. «Aiutami!» riuscì appena a dire, prima di crollare esausta, tra le braccia dell’amica.